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PUBBLICITÀ: L’ADATTAMENTO DELLA SPECIE AL CORONAVIRUS

Costretti a casa e con poche alternative, a fare da padrona del nostro tempo libero è, soprattutto, la televisione.

Tutti si saranno accorti di quanto anche la pubblicità sia cambiata, adattandosi con rapidità all’emergenza Covid19. Non bastassero le assillanti informazioni al riguardo che le trasmissioni anche radiofoniche regalano con statistiche, dichiarazioni, commenti, interviste sul tema, anche gli spot ora rincorrono l’argomento del giorno con il consueto cinismo proprio del settore. E’ che in ballo ci sono soldi, tanti soldi.

E’ tutta una catena che va dal produttore alla vendita al pubblico, passando per la comunicazione pubblicitaria la quale ha il compito di creare l’effetto persuasione. I media sono un veicolo determinante e gli investimenti sono indirizzati là dove ci sono maggiori convenienze nel rapporto costo/contatto, ovvero la divisione tra l’investimento fatto e il numero delle persone che raggiungo.

In Italia, secondo i dati della Nielsen, la società internazionale che si occupa degli andamenti del mercato per il marketing, nel 2019 si sono spesi 8 miliardi e 774 milioni di euro in pubblicità. Di questi 3 miliardi e 600 milioni sono andati alle TV, 875 milioni tra quotidiani e periodici, 440 circa alle radio. In crescita gli investimenti sul digitale che sfondano i 3 miliardi. Non meravigliamoci di quanto ci arriva di pubblicità in Internet.

Fino allo scorso anno i maggiori introiti pubblicitari venivano dal settore alimentare ed automobilistico che da solo faceva il 26% del totale. La pandemia ha sconvolto non poco le regole del mercato con i negozi chiusi e la gente in isolamento. Come il virus, anche la pubblicità ha fatto un salto di specie, ripartendo con messaggi promozionali nuovi e realizzati ad hoc in tempi brevissimi.

Teniamo conto che ad alti livelli i costi di creazione di un video si misurano anche nell’ordine di centinaia di migliaia di euro. Quanto si spende poi per l’acquisto dello spazio, limitandoci a quello televisivo? Gli accordi reali tra concessionarie pubblicitarie e clienti sono sempre collocati in una zona oscura. Ufficialmente, prima della pandemia, uno spot di trenta secondi sulla Rai, mettiamo per “Ballando con le stelle”, si aggirava sui 90.000 euro, la pubblicità prima o dopo il TG1 serale, dai 60 agli 80 mila euro (anzi certamente qualcosa di più), su Mediaset, stare in pubblicità con la De Filippi, anche sui 100.000 euro. Si potrebbe continuare, ma questo fa capire che movimento ci sia dietro le quinte e, chiediamoci, con che soldi? Quelli degli acquirenti, di chi va in negozio, perché i ricarichi sono presenti sul prezzo pagato.

Così non solo siamo a subire in continuazione interruzioni di trasmissioni, ma anche a sorbirci messaggi suadenti, in cui le aziende sembrano rinunciare alla loro missione di convincere a comprare per dichiarare la loro vicinanza a quanti sacrificano la loro vita in corsia, come l’educazione a distanza sia una opportunità (se si usano i loro prodotti), quanto siano sani i loro alimenti e via dicendo, fino ad un quadro complessivo di partecipazione e compassione per un popolo, costretto tra quattro pareti domestiche, con l’invito corale “insieme ce la faremo”.

Non sarebbe male ripensare il nostro ruolo di passività con un po’ di buon senso e a quanti si ingrassano con i nostri soldi. Ma anche al dopo, perché gli investimenti pubblicitari di oggi, come il calo delle vendite, dovranno essere, per forza, recuperati dalle grandi aziende.

Alle volte, ti viene nostalgia del vecchio Carosello che almeno ci faceva divertire.

F.Fav.