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ITA-SLO: GABROVEC (SSK), A BORIS PAHOR DUE MEDAGLIE CHE CURANO TRIESTE

“Boris Pahor non ha bisogno di medaglie. Non più. Lui le dedica ai suoi numerosi e valorosi compagni nel viaggio della vita e, soprattutto, a quelli che non ce l’hanno fatta, spesso stritolati nella morsa degli odii. Le sue due medaglie servono a noi, alle nostre comunità. Servono a Trieste, alle nostre terre per guardare avanti con fiducia e insieme con rinnovato impegno. Due medaglie per guarire la città”.

È quanto afferma in una nota il consigliere regionale e segretario della Slovenska skupnost, Igor Gabrovec, commentando quanto accaduto in occasione dell’odierna visita a Trieste dei presidenti di Italia e Slovenia, Sergio Mattarella e Borut Pahor.

“Sembra quasi un allineamento astrale – evidenzia Gabrovec – che assume sfumature diverse a seconda del punto di osservazione. La giornata odierna ha visto Trieste e le sue due principali comunità fare i conti con il proprio passato, dubbi mai affrontati e reciproche diffidenze. Un balzo all’indietro per arrivare a un secolo fa, quando le fiamme che avvolgevano il Narodni dom di Trieste avevano rappresentato il battesimo di sangue dell’appena emergente squadrismo fascista”.

“Nemmeno il tempo per seppellire tutti i cadaveri – prosegue l’esponente della Minoranza slovena – e le macerie della cosiddetta Grande Guerra (ma può mai essere grande una guerra?) che già una nuova mazzata riapriva con vigore e decisione il vaso di Pandora dal quale i tentacoli dell’odio, della prevaricazione feroce, dell’insofferenza e dell’intolleranza sistematica, della sete di guerra e di morte, in pochi decenni avrebbero riconvolto l’Italia, l’Europa e il mondo”.

“Era l’attacco alla comunità slovena – aggiunge Gabrovec – in una notte dei cristalli tutta triestina e anticipatrice di quella che diventò poi ben più famosa. Ma la distruzione del Narodni dom era la dichiarazione di guerra a tutto ciò che appariva diverso, non conforme al sentire di una maggioranza e la negazione della dignità di essere altro”.

“Da lì a poco – sottolinea il consigliere – seguì la chiusura delle scuole di lingua slovena, la liquidazione di numerose attività economiche, la proibizione dello sloveno in pubblico, in privato e anche nelle chiese, nonché l’italianizzazione forzata e storpiata dei nomi sloveni. Un genocidio programmato con follia quasi scientifica. Violenza pubblica, politica, istituzionale e privata. Ben prima, molto prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale”.

“Nel mezzo ci furono tante persone, spesso i più giovani, che decisero di non piegarsi ad aspettare la morte politica, culturale e nazionale. Nasceva la prima Resistenza, che alla violenza si opponeva in modo violento. Oppure crediamo che il fascismo avrebbe potuto essere combattuto con i sit-in o gli scioperi della fame? È così – dettaglia il rappresentante della Slovenska skupnost – che caddero anche i primi eroi della prima Resistenza: per la comunità slovena, i fucilati di Basovizza in un’alba di settembre di novant’anni fa. Furono condannati e uccisi in seguito a un processo e una sentenza del Tribunale speciale fascista che tutto era fuorché rispettoso dei diritti e dei principi democratici, imparziale e giusto. Un Tribunale di gerarchi che perpetuava e legalizzava la violenza. Furono condannati e fucilati come terroristi, è vero. Ma la storia insegna che erano coraggiosi combattenti, guerriglieri contro una dittatura”.

“Si arrivò alla guerra. Nuovo odio, nuove persecuzioni, nuove violenze e nuova ingiustizia. Comprese, ultime ma non da ultime, le esecuzioni sommarie di veri o presunti nemici politici, o nazionali, o un mix di entrambe le inimicizie. Il dramma delle foibe. Orrore – riporta la nota – che si sommava al precedente orrore: nuovi lutti, nuovi risentimenti, nuovo odio. Letture e percezioni diverse. Con, a oggi, un unico e affidabile punto d’incontro: la relazione della Commissione istituzionale storico-culturale italo-slovena del 2000. Non una verità di Stato ma una base scientifica e istituzionale sì. Un testo elaborato, concluso e pubblicato da una commissione scientifica di esponenti sloveni e italiani che avevano lavorato, discusso, studiato su formale incarico dei Governi italiano e sloveno per togliere la storia dalle grinfie della politica, liberando le nuove generazioni da fardelli ingombranti e inconcludenti”.

“I fili di tante matasse vengono miracolosamente raccolti in un solo giorno: il 13 luglio 2020. In un solo luogo: Trieste. E se vogliamo anche in un solo uomo: il professor Boris Pahor. Un grande vecchio, alla soglia dei 107 anni ancora nel pieno delle sue facoltà intellettive; un testimone attivo – così lo definisce Gabrovec – di un secolo di scontri e incontri. Un sopravvissuto all’odio e all’intolleranza. Un figlio di nessuno che ha saputo e voluto dire tre volte no a ogni regime illiberale. Anche a quello comunista”.

“Il 13 luglio, qui dove tutto è iniziato, due grandi presidenti a rappresentare al massimo livello due popoli oggi vicini e amici. A Trieste – conclude il consigliere regionale – per apporre un sigillo di garanzia alla restituzione del Narodni dom alla comunità che lo aveva voluto ed edificato. A Trieste per omaggiare due luoghi che le due comunità hanno negli anni eletto a sedi privilegiate delle rispettive sofferenti memorie. A Trieste per conferire le massime onorificenze all’uomo che ha voluto impersonificare la vittoria contro il male del Novecento”.