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ANNA MARIA CISINT, SINDACO DI MONFALCONE

                                                                      Anna Maria Cisint

Provate voi a far stare un intero guardaroba in una ventiquattro ore: per quanto potrete strizzare e accartocciare gli abiti non ce la farete mai. Quindi a voi la scelta: o rinunciare all’impresa (termine che credo sia introvabile nel dizionario della mia intervistata) o ingegnarsi a cercare soluzioni più capienti. Questa è Anna Maria Cisint, un guardaroba intero (di idee, proposte e competenze) in continua crescita che ha il naturale bisogno di trovare lo spazio giusto per esprimersi. Così è iniziata la sua avventura a Sindaco di Monfalcone, una vocazione irreprimibile nata quando stare dietro le quinte non bastava più, fare la funzionaria non bastava più, diventare Dirigente pubblica non bastava più. E neppure la metafora del guardaroba è casuale perché ho difronte una donna bella e curata. Mi confida che il suo look è stato preso di mira dalla sua opposizione politica che, in tempi di abnegazioni da Covid, se l’aspettava trasandata, con la ricrescita della tinta dei capelli quando invece lei è impeccabile, perfezionista pure nell’essere sobria e non frustrata in qualche tailleur color grigio topo.

Anna Maria Cisint, comunemente chiamata “la Cisint” o “il generale” o “lo sceriffo”, è colorata e solare e, per chi ancora non lo sapesse, non è solo un sindaco dell’isontino ma è il primo sindaco leghista in una cittadina (Monfalcone) che per oltre un ventennio è stata governata dalla sinistra: comunque la si pensi politicamente è lampante la frattura, il singhiozzo, lo strappo, il cambio di passo che ha deflagrato l’opinione pubblica locale. Ci avete mai pensato come dev’essere vivere questa consapevolezza? In altre parole, se la Cisint foste voi, prevarrebbe l’orgoglio o la pressione dell’estrema attenzione? Ne sareste stimolati o avreste paura di sbagliare? Anna no, alla paura non ci pensa nemmeno. Direi che il detto “guarda e passa” la riassume perfettamente: incalzata sulle sue scelte che sono state più discutibili (anche con attacchi assai violenti sui social) lei non fa una grinza perché, spiega, “non esiste obiettivo senza ricerca di una via per raggiungerlo” via che nessuno conosce a priori e dove anche l’errore è parte di quella ricerca: “l’importante è non demordere ma tendere ad obiettivi chiari e restarne fedeli”.

Anna, diffusasi la notizia di questa intervista i più hanno commentato che per te questa sarebbe stata un’occasione per svelare il tuo lato umano sin’ora non emerso. Questo è già un indizio su come tu sia percepita: fredda, impenetrabile. Se condividi questo pensiero, come lo spieghi: è tua strategia comunicativa o tratto reale della tua personalità?

Intanto una premessa: mi colpisce molto che quando si parla di donne l’opinione pubblica senta il bisogno di intravvedere sempre la loro femminilità, la maternità, l’accoglienza, quasi a rassicurare, a non spaventare. Ma se fossi stata un uomo sarebbe stato uguale? sarei soprannominata “Generale” o semplicemente un “uomo di polso”? Ciò nonostante debbo confessare che gli appellativi che mi affibbiano non mi dispiacciono affatto perché, pur non mettendo sempre a fuoco, tratteggiano comunque un tratto del mio carattere, cioè la determinazione, che io non vivo come limite anzi, è stato proprio il denominatore della mia vita e la chiave di tutti i miei successi. Io nasco in una famiglia semplice di grandi lavoratori: mio padre Bruno era un operaio della Fincantieri e mia madre un’infermiera professionale. La determinazione l’ho imparata da loro, in particolare da mio padre, morto oramai 12 anni fa, la cui scomparsa per il maledetto amianto (e la contestuale investitura simbolica a prendermi cura della mia famiglia) ha acceso dentro me il bisogno di essere parte di questa battaglia anche al fianco di chi, uniti dalla stessa sofferenza, ha dovuto pagare caro odiose conseguenze ancora attuali. Accettata quindi la sfida di candidarmi nella mia Monfalcone, mi sono data completamente alla causa: 24 ore al giorno per dare un segnale forte di cambiamento, per dedicarmi a questa piaga della salute dei miei concittadini e a tanti altri obiettivi che io consideravo urgenti e improcrastinabili, non è restato molto tempo per altro. E poi siamo sinceri: oggi c’è un tremendo bisogno di persone competenti e con carattere che combattano per degli scopi, i molli non servono a nessuno. Il che poi non vuol dire freddezza o prescindere dal confronto altrui, anzi: la difficoltà di un leader sta proprio nell’ascoltare la squadra per poi riassumerne una leadership e il lavoro di un Comune è proprio così: un lavoro di squadra. D’altro canto avere le idee chiare e il piglio giusto mi accompagna ogni giorno nel confronto con i “poteri forti”: con aziende dai fatturati milionari, con lobby i cui bisogni non combaciano necessariamente con quelli dei cittadini. Cosa ne sarebbe del sindaco e della città che rappresenta se non sapesse non solo galleggiare ma anche tenere la barra del timone ben salda in questo mare di interessi contrapposti? Non vivo dunque male questo filtro che protegge la mia persona dal mio impegno pubblico anche perché, sono certa, ai miei concittadini interessi solo il secondo.

Passata l’euforia della vittoria elettorale, sei stata travolta dalla paura del confronto con un governo lontano dalle tue idee che ha gestito la città di Monfalcone, cuore del Pil di tutto l’Isontino, per oltre un ventennio prima di te? Sentivi di dover dimostrare qualcosa in più per non far rimpiangere il passato?

Assolutamente no: io ho solo un obbligo ed è quello di oggi verso Monfalcone. Questa città mi ha dato l’opportunità di amministrarla e io cerco di ripagarla con impegno e credibilità. Tutto il resto, le critiche, le chiacchere, non mi interessano e né tantomeno chi volesse confrontarmi con il passato. Che ci piaccia o meno, la vita è fatta di confronti e di giudizi dunque rifuggirne non ha senso: meglio concentrarsi su argomentazioni valide per affrontarli.

Sei stata duramente attaccata su alcuni temi, stranieri e scuole in primis. Ti hanno tacciata di essere razzista e di ripristinare le liste di proscrizione quando hai affrontato, rispettivamente, il tema dei negozi etnici e quello della tutela verso presunte discriminazioni scolastiche contro famiglie di confessata adesione politica di destra. Accuse molto gravi che sono piovute anche dai media nazionali e dai soliti haters che nel tuo caso si sono spinti fino a minacce gravissime. Cosa è accaduto e che errore c’è stato, se ce n’è stato, per aver richiamato tanta protesta?

Ci sono delle zone tabù ove tutti desiderano il cambiamento ma poi colpevolizzano chi osa farlo. Alla base di tutte le misure che ho adottato c’è la conoscenza delle peculiarità di questa cittadina che ha poche realtà similari in Regione: 30.000 abitanti di cui statisticamente oltre il 20% stranieri (ma di cui sappiamo esserci moltissimi “invisibili” estranei a qualunque registrazione ufficiale), un’altissima concentrazione di trasfertisti legati alla Fincantieri nonché un vivido pendolarismo extra regionale conseguente al vicino Aeroporto regionale. Con una pluralità così marcata ho creduto fin da subito che poche e chiare regole di convivenza fossero necessarie nell’interesse di tutti: monfalconesi, stranieri, trasfertisti, pendolari. Ho preteso ad esempio gli stessi controlli sanitari e municipali in tutti i locali commerciali della città, non solo in quelli italiani. Tale linea, andata di fatto a peso di molti negozi etnici sinora bypassati, è stata tacciata come accanimento contro gli stranieri quando ovviamente non lo era. Quanto alle scuole, invece, ho voluto prevedere, come già poi da protocollo esplorato nella Regione Veneto, che sia rispettata una percentuale massima di non italofoni nelle classi per non agevolare la ghettizzazione degli stessi conseguente alla fuga degli italofoni in classi di loro maggioranza. Ho anche deciso l’istituzione di un Garante comunale a tutela dell’espressione delle opinioni dei giovani studenti che, rappresentando le proprie idee politiche, se di destra, sono stati discriminati. E’ forse il mio un attacco agli insegnanti o solo una forma di cura verso i giovani cittadini e la libertà delle loro famiglie? In tutti questi casi, il mio non è stato un ragionamento razzista anzi, è proprio l’opposto e concretamente volto all’integrazione delle multiculturalità e alla tutela della libera espressione delle proprie idee. Forse, se errore c’è stato, è stato di comunicazione perché all’opinione pubblica sono parse iniziative mie, personali, da politica poi e non da amministratrice nella cui veste le ho prese, quando invece dietro alle stesse c’era una rete di accordi e condivisioni con moltissimi protagonisti, tecnici e non politici, della nostra Regione. Sembrata sola sono stata duramente attaccata.

Forse bastava che spiegassi….

No, non ho voluto venire meno alla responsabilità delle scelte fatte né giustificarmi rifuggendo in spiegazioni che appartenevano all’istruttoria di quei procedimenti: mi sarebbe sembrato uno scarica barile, un tradire un obiettivo per cui avrei combattuto comunque. E poi io sono il primo cittadino anche quando devo metterci la faccia, io questo lo so e non rifuggo.

Questo garante comunale oggi è presente?

Certo! E comunque vorrei precisare che l’unico giudizio che per me conta è quello dei miei concittadini che sul punto, dai negozi etnici alla scuola, mi ringraziano: ho affrontato un problema a voce alta, sento di non avere nulla da rimproverarmi.

Prima di candidarti sindaco eri dirigente di un Comune capoluogo di provincia, quale il filo conduttore tra lavorare in un Comune e governarlo?

L’esperienza che ho maturato come istruttore negli enti locali, funzionario prima e dirigente poi, mi ha fatto molto appassionare alla stretta vicinanza tra i bisogni primari dei cittadini e le scelte amministrative comunali. A volte non ci si pensa ma quando si parla di scuole materne, di servizi per i bambini, di opere pubbliche nelle nostre città, stiamo parlando di scelte maturate entro i Municipi che dunque sono i luoghi nevralgici della qualità della nostra vita quotidiana. Ma non solo: lavorare nel dietro le quinte mi ha permesso di maturare non solo relazioni importanti ma anche il mio senso critico verso figure di spicco, amandole o disapprovandole ma con cognizione e discernimento e non per partito preso. Fra i tanti che ho profondamente stimato ci tengo a ricordare il compianto ex sindaco di Gorizia Ettore Romoli: senatore prima, Presidente del Consiglio regionale poi, crescere professionalmente sotto la guida di un uomo così illuminato è stato non solo un grande onore ma una scuola di vita politica. Ed è proprio questa conoscenza tecnica delle materie amministrative comunali che mi consente oggi di essere un sindaco indipendente e non in mano ai miei istruttori, il primo fra loro e non per sostituirli ma per guidarli consapevole del da farsi. Al riguardo penso che una politica seria dovrebbe sempre pretendere questo background dai propri protagonisti: la conoscenza tecnica-amministrativa di quello che poi si andrà a governare. Non averla significa essere sempre in balia dei suggerimenti di terzi, affidarsi agli strumenti proposti da altri. Ricordiamoci poi che amministrare un Comune significa gestire milioni di euro: prendiamo Monfalcone ad esempio: 145 milioni all’anno di bilancio, rapporti costanti con aziende internazionali. Chi non sa come governare paga molto caro la sua non esperienza in termini di autonomia.

Parliamo di donne: donne sul lavoro e donne in politica. Credi alla “rete” per supportare una maggiore partecipazione femminile nei ruoli di vertice?

Ci vorrei credere e vorrei che le quote rosa non esistessero: una donna dovrebbe essere scelta in quanto brava e non in quanto donna. Però a malincuore devo ammettere che questa “rete femminile” fa molta difficoltà a decollare, con le dovute eccezioni ovviamente: quando lavoravo in particolare nel Comune di Grado, sono stata molto appoggiata da tutti i miei colleghi. C’era mutua comprensione, vicinanza e sostegno. Ma in politica no, nessuna rete, i rapporti sono molto fluidi dove prevale l’antagonismo verso chi può oscurarti e l’appartenenza cieca ad una squadra senza valutazioni strategiche. Ma nonostante ciò ci tengo a lasciare un messaggio forte: solo una rete femminile può garantire la presenza di tante donne nei ruoli di vertice e in questo, nell’importanza del contributo femminile, io ci credo molto.

Qual è la scadenza del tuo mandato? Ti sei già prefissata il tuo prossimo obiettivo?

Il mio mandato cessa nel 2022, sul dopo si vedrà. L’unica cosa a cui tengo fortemente è non diventare quello che odiamo degli altri: in ogni ruolo che svolgiamo guai se subentra la comodità, la carenza di stimoli, l’abitudine. Sarò impegnata dove avrò qualcosa da dare e da dire, questa è una certezza.

Anna, volendo tirare le somme, fra i tanti ruoli che hai rivestito a quale non avresti mai rinunciato?

Ad essere mamma: l’unico ruolo irrinunciabile in nome del quale ho iniziato tardi a fare politica per una scelta precisa di essere una mamma presente ed accompagnare da vicino la crescita dei miei due figli. In assoluto, l’abito in cui mi sono sentita meglio.

 

Anna Limpido